Franck Petit

Aimé VINCENT (1841-1919), un vecchio imprenditore, aveva deciso di lasciare la direzione della sua manifattura Saint-Maurice (Senones, Vosges) a suo figlio Maurice VINCENT (1875-1935). Ormai molto stanco del lavoro, prese la decisione di intraprendere un lungo viaggio per distrarsi e, se mai necessario, diversificare i suoi affari. La Tunisia e l’Algeria furono le sue destinazioni, una terra che lo accolse per quasi due mesi e dove annotò su un carnet di viaggio tutte le sue impressioni con molta cura ad ogni tappa del suo lungo peregrinare,.

La relazione di questa esperienza – spesso definita come « diario di viaggio »[1] – può essere attribuita ad un movimento letterario che si era sviluppato significativamente nei secoli XVIII e IXX, e che – di fronte ad un utilizzo ancora non diffuso della fotografia, o in aggiunta ad essa – consisteva nel descrivere gli stili di vita, l’abbigliamento abituale, le attività quotidiane, i paesaggi, i luoghi e i monumenti, con una relazione scandita dai tempi del viaggio. Il diario di viaggio raccoglie numerose narrazioni in sintonia con un’estetica del frammento, sulla base di un racconto discontinuo.

È da sottolineare che alcuni viaggiatori si sono preoccupati di dare una struttura al loro racconto. TAINE nei suoi Carnets de voyage (1863-1865) ha adottato un ordine sistematico tra la città e la natura. Gustave FLAUBERT et Maxime DU CAMP dopo il loro viaggio in Bretagna si sono divisi i capitoli pari e dispari della loro opera Par les champs et par les grèves (1886). Ma questa preoccupazione di strutturare i diari di viaggio era raramente abituale negli autori di questo genere letterario. Spesso le sequenze della narrativa sono collegate tra loro da date, nomi di città e titolazioni. Emozioni e pensieri sono stilati di getto su un carnet (ovvero il diario vero e proprio) a mano a mano che viene raggiunta una nuova tappa, contribuendo in questo modo a una composizione basata su un approccio spontaneo e sincero. Anche Victor HUGO ha messo insieme nelle sue Lettres du Rhin (1842) una sequenza d’idee, avvenimenti, argomentazioni e ricordi che sbriciolano una possibile organizzazione spazio-temporale. Lo stesso si ritrova nel diario L’itinéraire de Paris à Jérusalem, resoconto di François-René de CHATEAUBRIAND (1811).

Allo stesso modo il carnet di Aimé VINCENT sfoggia una siffatta spontaneità, che ci fa anche affermare che certo l’autore non pensava di pubblicarlo in quello stato. Spesso composto da frammenti di vocaboli, a volte intercalato da parole arabe e piccoli disegni, il testo si presenta molto difficile da decifrare. Sembra un archivio di scene e immagini che l’autore forse meditava di riorganizzare o riscrivere in seguito. In questo contributo, la trama del diario di viaggio in Tunisia e in Algeria di Aimé VINCENT sarà ricostruita come un filo d’Arianna.

La prima pagina del diario – che fu affidata a chi scrive dal filosofo François HEIDSIECK (1923-2015)[2] – si presenta ricoperta da una lista di parole comuni in arabo; le altre sono datate e dipanano il loro racconto lungo il percorso di ogni giorno a partire dalle osservazioni meteorologiche, presenti quotidianamente, come se fossero una delle principali considerazioni del narratore. Questo è stato il viaggio più importante e lungo che  Aimé VINCENT intraprese durante la sua vita. Suo figlio, che aveva rilevato l’azienda di famiglia, non si era unito al gruppo. Invece, moglie e figlie lo accompagnarono.

Giova sottolineare l’interesse di Aimé VINCENT, durante il suo lungo periplo, verso tutto ciò che era legato al campo della tessitura e della produzione di tappeti. Il suo diario permette di leggere nel nostro viaggiatore culturale l’intenzione di investire dei fondi in nuove potenziali attività di successo con l’obiettivo di diversificare la sua attività, anche se poi nessuna delle sue ricerche si realizzerà. Si può notare a tal proposito in Aimé non solo la sua « visione europea» nei confronti dei paesi visitati, ma anche la sua « posture européenne [3]», in particolare quando veniva in contatto con una città e la scopriva: la sua prima visita era consacrata al Caid[4], senza scordare di farsi poi presentare ai notabili del luogo così come al sacerdote. A lui si deve anche una descrizione molto precisa e puntuale dei mezzi di trasporto (battello, cavallo, cammello, carrozze “landò”, persino autovetture come la Berliet 15 cavalli…) e delle persone incontrate, delle loro attività, degli animali domestici, dei paesaggi e dell’architettura.

Di seguito, nell’illustrare il diario di Aimé VINCENT, ci si baserà sull’ordine spaziale seguito nella sua escursione geografica, città per città nei due paesi ospitanti (prima in Tunisia, poi in Algeria) dopo la traversata via mare da Marsiglia a Tunisi avvenuta tra il 19 e il 21 marzo. In questo articolo si è scelto di presentare due parti importanti del carnet di Aimé VINCENT, che bene  illustrano la sua opera. La prima è la visita di Tunisi effettuata al momento dell’arrivo nell’Africa del Nord e la seconda è relativa alla visita di Biskra. Queste rappresentano due delle principali tappe del viaggio.

Figura 1. A destra: Aimé Vincent (1841-1919) e sua moglie, Ida Evrard (1852-1924), nel 1880. A sinistra una coppia di amici,  i Grandcolas.

Figura 1. A destra: Aimé Vincent (1841-1919) e sua moglie, Ida Evrard (1852-1924), nel 1880. A sinistra una coppia di amici,  i Grandcolas.

Tunisi

Nella mattina del 22 marzo, Aimé VINCENT da solo si recò in città dopo aver visitato il « curioso mercato alimentare ». Egli si indirizzò lungo l’Avenue de France, per continuare il suo percorso in Avenue Jules FERRY, che termina alla statua in bronzo dell’illustre ministro. Il suo tragitto si concluse sul porto, dove la sera prima, alle quattro del pomeriggio, era arrivato con la sua famiglia. Poté assistere alla partenza di un battello che svettava alto « proprio in cima alle acque del mare », perché pressoché privo di carico, ma anche altre grandi navi di commercio, francesi e italiane, che scaricavano patate. Il nostro avo mostrò molto interesse per lo spettacolo del contrasto presente nella « curiosa mescolanza » che emergeva tra i doganieri francesi e quelli tunisini in costume da un lato (i secondo si distinguevano solo perché portavano il fez), e i facchini, tutti ricoperti di stracci ma « risplendenti », sia che fossero neri o meno, dall’altro lato.

Aimé VINCENT prese poi il tram per fare rientro in albergo, attraverso la Porta della Francia. Dopo pranzo, sbrigò un po’ di corrispondenza e andò in landò, insieme  alla sua famiglia e alla guida SOUSSEN, al villaggio di ARIANA. Passarono davanti al « bellissimo parco Belvedere » prima di giungere in questo « curioso villaggio indigeno ». Aimé VINCENT rimase molto sorpreso alla vista delle pareti esterne delle case, senza finestre, ma solo la porta o le finestre con griglie sino al pavimento. In una di queste case, dove per caso riuscì a vedere all’interno, si ammassavano « buoi, mucche, maiali, asini quasi mescolati alle persone ». Il nostro avo scoprì poi i caffè arabi dove « su stuoie intorno a panche contro le pareti », i clienti bevevano un bicchiere d’acqua o una piccola tazza di caffè, immobili e silenziosi, a volte fumando. All’esterno, si imbatté in gruppi di uomini (mai donne, che vivevano sempre in casa), accucciati contro le pareti nel tradizionale burnus[5]. La visita al villaggio di ARIANA si concluse con la scoperta di un « accampamento miserabile di kabili di campagna», dove abitavano, in tenda, donne e bambini tatuati, seminudi e elemosinando il cibo.

Tornarono a Tunisi, attraverso strade strette dove la carrozza passava con grande difficoltà, rasentando gli arabi. Arrivarono nella piazza HALFAOUINE, un luogo curioso, pieno di caffetterie, dove una folla di uomini stava bevendo, ancora come d’abitudine, acqua o caffè. Un incantatore di serpenti, occupato un punto in mezzo alla folla, estraeva i suoi rettili da un sacchetto per metterli uno dopo l’altro intorno alla sua testa, al suono di un tamburello. Lo spettacolo piacque molto a Aimé VINCENT che si ripromise di ritornarci.

Il giorno successivo – giovedì 23 marzo 1911– fu dedicato ad una passeggiata a piedi, accompagnati da SOUSSEN, a Tunisi, chiamata anche la « città bianca » dove si lasciarono guidare tra le case. Aimé VINCENT ammirò molto le loro forme così insolite: caratterizzate da alte pareti, esse presentavano un tetto a terrazza come loro copertura, protetto da una tenda di cotone bianco. Una sola porta con delle grate permetteva l’accesso alla casa insieme ad alcune finestre strette, anch’esse con inferriate e a volte pure con quello specifico tipo di gelosia denominato moucharabieh che il nostro antenato definì come un’apertura con persiane fisse in legno assemblate in modo tale da permettere di vedere fuori senza essere visti. « Mai una donna esce senza essere velata, di solito in nero, fatta eccezione per gli occhi » sottolineava; con i suoi pantaloni-culotte in calicò[6] e zoccoli di legno, le donne apparivano, a detta di Aimé VINCENT, come « un vero pacchetto ambulante » (sic).

Essi arrivarono alla sala del Cadì – ovvero del magistrato musulmano al quale competevano funzioni civili, giudiziarie e religiose – dove erano riuniti giudici indigeni con lo Chérif. L’ordine del giorno doveva affrontare la questione del divorzio e molte persone partecipavano alla riunione (quasi tutti uomini nella loro burnus bianco e più raramente le donne). Tutti ascoltavano rispettosamente lo « chérif, capo religioso supremo, vecchio come papà Charles (Charles VINCENT), cui ci si affidava in molti casi per la sua alta autorità, addirittura superiore a quello del Bey ».

Aimé VINCENT con la sua famiglia visitò, poi, uno dei palazzi del Bey, un altro funzionario musulmano. Entrati nell’edificio, il piccolo gruppo percorse diverse scale, per raggiungere le sale dei piani superiori di cui ammirarono i soffitti dagli stucchi dorati e le pareti decorate da antiche ceramiche; la terrazza superiore offrì a loro una splendida vista sulla città, tra terrazze, minareti e souk.

E fu giocoforza che la loro passeggiata continuasse tra questi souk in cui Aimé VINCENT ebbe l’impressione di sentirsi in una « città compatta nel mezzo del centro storico ». I nostri avi camminarono piacevolmente in mezzo a « file di negozi di ogni genere dal tetto in legno, incastonate all’interno delle mura ». Innumerevoli attività di ogni genere erano praticate anche in strada: sellai, calzolai che cucivano pantofole, stivali, portafogli e portamonete, artigiani di fez intenti all’opera di cardatura. Inoltre trovarono anche profumi, abbigliamento femminile in particolare, oggetti in ferro battuto, articoli in rame (spesso offerti in asta, come gioielli), perle, tappeti, pizzi… Questi artigiani e commercianti offrivano i loro prodotti come oggetti assolutamente « fuori dal comune » secondo il loro punto di vista.

La loro guida li condusse, come era consuetudine, da un mercante di tappeti e di tessuti. Esperto in quel campo – egli aveva diretto e gestito manifatture tessili – Aimé VINCENT vi scoprì delle « belle cose » e acquistò qualche tela dopo « molte parole », aiutato in questo (è da sottolineare) dalle traduzioni della guida;  gli servirono il caffè.

Prima del ritorno all’hotel, visitarono il Bardo, un palazzo dove abitava a volte il Bey, e il museo Alaoui[7] che era accanto.

(La famiglia di Aimé Vincent si recò poi a KAIROUAN, SOUSSE il 26 marzo, e il 28 marzo a SFAX. Mercoledì 29 marzo, Ida e Aimé visitarono GABES « una città insignificante ». Il 6 aprile passarono in Algeria, e precisamente a BONE, il 9 a CONSTANTINE, e l’11 aprile si trasferirono a El KANTARA presso l’Hôtel per poi raggiungere BISKRA il 13 aprile).

Biskra

Un tempo meraviglioso si stabilì a partire dal giovedì santo (13 aprile). Nonostante il caldo, pioveva con acquazzoni improvvisi. L’albergo era pieno a tal punto che i viaggiatori erano in attesa nei corridoi dove si potevano sistemare dei letti per loro; il padrone dell’hotel aveva anche messo alcuni delle loro in tende piantate in giardino, dove i viaggiatori stavano in campeggio

L’hotel, una sorta di chiostro con il giardino centrale con bellissime palme, era formato da un piano terra con terrazze. Le pareti delle camere da letto erano imbiancate a calce e decorate con disegni lineari colorati. Il pavimento era in marmo e i letti erano nuovi. L’hotel aveva cambiato il suo nome più volte: precedentemente noto come Dar Diaf (la guest house), fu poi chiamato Palace Hotel e aveva subìto di recente una riqualificazione. Anche un casinò nelle sue vicinanze era in fase di restauro.

Venerdì 14, Aimé in abito estivo uscì per visitare con la sua famiglia la città. Aimé parlando con un funzionario locale, Monsieur COLOMBO, venne a conoscenza che c’era una questione in corso tra il comune di BISKRA e la Società Oued Rihr che gestiva l’albergo: un lungo contratto di locazione era stato stipulato dal 1891 tra la città e questa società per lo sfruttamento di una sorgente calda. Questa forniva un’acqua che era ambita e che era invece valorizzata solo in loco, in una stazione termale troppo lontano da BISKRA. La stragrande maggioranza dei turisti avrebbe preferito che questa acqua potesse essere convogliata direttamente a BISKRA. La vecchia amministrazione del comune si era opposta a questa fornitura soprattutto per motivi politici, ma dopo le elezioni suppletive che si erano svolte nel gennaio del 1911, una nuova maggioranza si era pronunciata a favore del progetto di fornitura dell’acqua calda; il caso era poi stato portato davanti al Consiglio di Stato. Se questo progetto avesse avuto successo, la società avrebbe ottenuto lauti guadagni, di sicuro successo. Si prevedeva inoltre di sfruttare le palme per ottenere guadagni considerevoli.

Figura 2. La Fontana calda  di  Biskra e il suo stabilimento termale

Figura 2. La Fontana calda  di  Biskra e il suo stabilimento termale

Nel pomeriggio, Aimé si recò alla società, e poi, non trovando Monsieur COLOMBO, lo cercò nel casinò. Quest’ultimo lo fece entrare, dopo una presentazione, nell’edificio che accoglieva le sale da gioco che era ancora chiuso per qualche giorno e che non vide del tutto in rovina. Tutto si basava, « qui come altrove, sul gioco »; la passata municipalità, ostile alla società, aveva fatto di  tutto per impedire che le attività di gioco fossero autorizzate. La nuova municipalità eletta in gennaio, di cui faceva parte anche Monsieur COLOMBO in qualità di delegato, al contrario di quella precedente era in maggioranza favorevole alla riapertura del casinò e il dossier era partito per Parigi, sostenuto da Monsieur FAU che si trovava ancora lì sino a qualche giorno prima. Nello stesso dossier si richiedeva e si auspicava la fornitura delle acque della fontana calda a BISKRA « considerata come fondamentale alla sviluppo del progetto » (…).

Nel pomeriggio, dopo un breve risposo all’hotel, Aimé incontrò il guardiano del giardino, il conte LANDON, uno scapolo abbastanza anziano[8]. Il suo giardino – che nel 2014 – ne conserva ancora il nome, offriva dei meravigliosi e diversi angoli d’ombra e si respirava nei suoi viali di sabbia battuta la freschezza sprigionata dai canali e dove le palme erano bagnate ogni otto giorni. Si entrava in questo giardino come in un paradiso. Il conte LANDON alloggiava vicino in un edificio composto da stanze (una sala da pranzo, un bagno, un salone e altro) con pavimenti in terra battuta, ricoperte da due tipi di stuoie su cui erano stesi dei tappeti sui quali si dormiva (con materassi) (…). Il conte riservava per sé una parte di questa abitazione; l’edificio di mattoni di fango era già preparato e doveva essere completato in seguito.

Figura 3. L’entrata del giardino Landon

Figura 3. L’entrata del giardino Landon

Figura 4. Giardino  Landon,  viale delle Palme

Figura 4. Giardino  Landon,  viale delle Palme

Figura 5. Un vialetto del giardino Landon

Figura 5. Un vialetto del giardino Landon

Nel tardo pomeriggio, al ritorno, Aimé e la sua famiglia fecero degli acquisti presso MESSAOUD (mantelli burnous, pantofole, cuscini), e poi ritornarono in albergo dove il cibo era eccellente e perfetto il servizio, come nelle camere. Era il miglior albergo della città.

Ad Aimé la città piaceva davvero; c’era una grande quantità di cammelli a riposo vicino alle fontane, con sacchi sul dorso. Le mosche erano previste in maggio; tuttavia, c’erano scorpioni a forma di dado specialmente nella fessura delle serrature.

Il giorno dopo, sabato 15 aprile, Aimé uscì solo per vedere in città il Caid, il notaio e poi l’autorità religiosa.

Prima di entrare nella salone del Caid, il nostro si accorse di alcuni arabi censiosi accovacciati nell’anticamera; quindi porse agli indigeni carabinieri una lettera dei CHALMENTON. L’incontro si concluse senza alcunché d’interesse per Aimé. Il Caid, con una coccarda sul petto, lo ricevette insieme a un altro capo – tutte e due portavano il burnous – e gli tese la mano. Aimé espose l’obiettivo della sua visita amichevole richiamandosi alle sue  relazioni con i CHALMENTON. Da parte sua, il Caid lo accolse in buon modo, ma gli disse di non conoscere nulla della compagnia dell’Oued Rihr e poi lo invitò a prendere il caffè alle cinque e mezza con Ida. Aimé a sua volta lo invitò a cena presso l’albergo dove alloggiava, ma, a causa del suo regime alimentare il Caid rifiutò gentilmente, ringraziandolo.

Aimé ringraziò ancora il Caid in seguito per il colloquio concesso inviandogli una lettera. Sottolineò sul suo carnet : « dunque, niente da qui ».

Dopo la visite al Caid, Aimé si recò dal notaio, ma la sala d’attesa era talmente piena che se ne andò. Alla fine si mosse per prendere contatto con il prete del luogo che trovò in compagnia di alcune donne. Quest’ultimo lo informò che il tram e la fontana erano in grado di portare dei benefici, ma che non aveva alcuna fiducia in Monsieur FAU « legato alla massoneria francese », e nemmeno in Monsieur COLOMBO. Lo consigliò di essere diffidente: « Questi sono dei ladri ».

Tutta la famiglia andò poi a visitare il mercato dei burnous, dove si organizzavano le carovane con cammelli, cavalli e muli; il commerciante vendeva anche tende, acqua minerale e vettovaglie esaltando questa « modalità sportiva ». Aveva anche numerosi certificati su carta bollata che attestavano la sua intelligenza e le sue abilità. « Molto curioso », annotò Aimé.

Rientrati tutti all’hotel, pranzarono; solo le signore nel pomeriggio partirono in macchina per SIDI OSTEBA, mentre in tram Aimé si recò, dopo aver sbrigato un po’ di posta in albergo, alla fontana calda. Le vetture erano aperte, con cavalli magri e di cattiva qualità, e ciascuna era tirata da un cavallo al piccolo trotto; una realtà rappresentata da « mezzi di poveri materiali, ma spesso carichi di passeggeri », rimarcò Aimé. In un’ora, si  arrivò attraverso un vero e proprio deserto alla fontana calda, dove una donna grassa, la signora COURTAUX, offriva la possibilità di fare il bagno in una piscina a 38/40° : « mi bagno per cinque minuti e esco bruciato », ha osservato Aimé. L’acqua era abbondante, calda, dall’odore solforoso;  quanto alle piscine, esse erano spaziose.

Uscito dalla vasca, Aimé entrò nel salone per riposarsi e vi trovò, senza immaginarselo, Monsieur COURTAUX, a cui parlò dello stabilimento. Egli era ben al corrente della concessione firmata  per 99 anni da parte del Comune, o meglio da parte dello Stato; invero essa era ancora in sospeso. Aimé venne a conoscenza anche del fatto che il tram, che era stato installato quindici anni addietro per costruire la fontana calda, non aveva mai ottenuto l’autorizzazione; comunque c’era la speranza che l’acqua potesse essere condotta in tempi brevi a BINI MORA, una piccola oasi alla periferia di BISKRA, per 50.000 franchi.

Il rientro verso BISKRA avvenne con un tempo splendido, dolce e pieno di fascino. I viaggiatori erano però privi di acqua potabile perché l’otre appeso al tram era esaurito! Aimé osservò: « Molto rudimentale. Ci si sente fuori dal mondo! Quale miseria di straccioni, di mendicanti contro cui non c’è niente da fare; ma anche come è pittoresco, questi beduini e beduine e con accanto l’eterno burnous bianco, spesso pieno di buchi e rovinato, anche macchiato di succo ».

Domenica 16 aprile, giorno di Pasqua, tutti parteciparono alla messa, poi si recarono in visita al curato che regalò loro dei fiori. Il suo giardino era così « ferace di fiori »! Il curato passava l’estate a BISKRA (…), disponeva di una domestica mussulmana (…); non vedeva quasi nessuno e non aveva spesso più di quindici fedeli alla messa domenicale in estate: « Un gregge così poco fervente! ». Il curato raccontò anche ad Aimé che il conte di FOLLENET aveva delle buone idee, che sarebbe stato senza dubbio interessato all’affare e che avrebbe potuto contribuire con dei prestiti.

 (…) Nel pomeriggio tutti partirono in vettura verso le Dune attraversando la parte vecchia di BISKRA. Arrivarono al villaggio lungo una pista attraverso steppe nude e desertiche. Il villaggio doveva il suo nome a una specie di onde sabbiose con increspature (formate dal vento) e che si spostavano continuamente; il suolo, composto di una sabbia gialla e molto fine, che si poteva osservare a perdita d’occhio, con cammelli in lontananza, era comunque tutto fermo. Il gruppo di case apparteneva a quel genere di villaggi selvaggi  a vedersi, di terre grigie, simili a quelle di EL KANTARA, « sordidi, con i loro sentieri fangosi e squallidi ». Il wadi, cioè il letto del torrente che vi era stato condotto, attraversava  il villaggio. Diversi lotti, che erano coltivati a palmeti – meno belli di quelli di GABES, più sporchi – erano circondati da muri di terra. Si trovavano ogni tipo di tane con cani « che abbaiavano furiosi »; sulle terrazze si trovavano bambini e bambine mezzi nudi: « Buongiorno Signora », dicevano, « Tu stai bene, signora ricca, un soldo! ». Si osservava questo tipo di cose a perdita d’occhio (…).

« Ultima notte a malincuore », scrisse Aimé. Il giorno dopo era infatti previsto il ritorno.

Lunedì 17 aprile, partirono da BISKRA in auto ripetendo lo stesso cammino dell’andata, ma in senso opposto. La strada era praticabile; essa seguiva l’itinerario (della ferrovia) e il wadi. Il paesaggio era costituito da steppe sino a EL KANTARA; Aimé e la sua famiglia risalivano dai campi, quando vi incontravano cavalli, muli e altre montature. La pianura era verde, sempre più verde verso BATNA, con qualche steppa ogni tanto.

A BATNA, il buffet della stazione era una « roba da pazzi ». Le persone erano  gentili e il luogo era « da raccomandare ». Dopo un rapido pranzo, essi ripresero una vettura insieme ad una famiglia di LILLE. Nel frattempo era arrivata una pioggia forte e fredda.

(Il 18 aprile, i VINCENT fecero una sosta a TIMGAD prima di arrivare il 19 aprile a BOUGIE. Si fermarono ad ALGERI il 20 aprile per rientrare in Francia il 4 maggio, poi risalirono da MARSIGLIA a NANCY nella medesima giornata, via LIONE e DIGIONE. Dopo una sosta notturna a NANCY, tornarono a MOYENMOUTIER il 5 maggio 1911).

 Conclusioni

In che modo questa esperienza turistica sarà stata in grado di influenzare il percorso di vita di Aimé VINCENT? Affronteremo la questione a mo’ di conclusione.

Questo viaggio non offrì la possibilità ad Aimé VINCENT d’investire nell’Africa del Nord come avrebbe desiderato. Tuttavia, egli ne conservò un ricordo così emozionante e coinvolgente che durante la guerra del 1915-1918 abbandonò la regione francese dell’Est per stabilirsi a Nizza, dove trovò un clima simile. In questo, il suo viaggio mediterraneo può essere considerato come iniziatico di una pratica eliotropica.

Questa esperienza turistica ha sviluppato nel suo animo e nel suo immaginario un vero e proprio desiderio di scoprire l’altro, di relazionarsi con persone di condizioni diverse, di non fermarsi ad un viaggio di esplorazione turistica. Il diario che ci lascia Aimé VINCENT è un invito a conoscere e comprendere. I volti degli uomini e i paesaggi osservati gli sembrano belli, originale e « accidentati »[9], come i loro abiti. Per queste suggestioni, si può affermare che la sua opera possa considerarsi nel filone dell’esotismo.

Se si dovessero valutare le sue osservazioni con un approccio scientifico, si potrebbe affermare che Aimé VINCENT si è comportato più come un etnologo – l’attenzione allo stile di vita, all’architettura locale, al lavoro e al viaggio – piuttosto che come un filosofo o uno storico. Piano piano, durante il dipanarsi del suo viaggio, si è sbarazzato del suo modo di vedere da vecchio industriale del tessile; gradualmente, è stato in grado di astrarsi dalla sua cultura per osservare sempre più meravigliato gli spettacoli che gli si offrivano, senza utilizzare in modo inevitabile i suoi valori. Aimé VINCENT ha semplicemente cercato di ampliare e approfondire la sua esperienza verso una conoscenza piena e totale dei popoli e delle comunità visitate, descrivendo i loro abiti, le loro abitudini, le loro modalità di trasporto, la loro produzione, le loro industrie, i loro monumenti e le loro case, così come i paesaggi che li circondavano.

In questo senso, Aimé VINCENT si è comportato come un viaggiatore del suo tempo, a partire dalla forma della sua scrittura, che è la trascrizione in tempo reale delle sue impressioni ed emozioni, registrate dal vivo; ha utilizzato uno stile descrittivo che ha permesso alla narrazione di assomigliare ad un dipinto, ad una cartolina o ad una fotografia … anche perché l’immagine non aveva ancora raggiunto lo status, la posizione centrale, a cui oggi è arrivata nella restituzione documentaria. Le fotografie e le cartoline che accompagnano il testo non erano state inserite inizialmente con lo scopo di illustrare il diario di Aimé VINCENT. Ma esse ben raccontano i tempi del viaggio e rimarcano i momenti principali del suo  percorso, dove sorpresa e meraviglia si sono ritrovati.

Questo viaggio ha avuto un posto importante nelle memorie di famiglia. Il nipote Charles VINCENT, architetto, ha scelto di fare il servizio militare in Algeria. È anche in questo paese che Charles VINCENT ha imparato, nella sua professione, a progettare quelle che sono chiamato volte « alla saracena ». Più in generale, nella famiglia VINCENT si è ereditata una forte attrazione per questi paesi, in particolare la Tunisia, dove molti dei parenti di chi scrive  – genitori, zie e cugini – si recano regolarmente in visita. Si è formata  una tangibile forma di trasmissione di esotismo e orientalismo. Uno dei cugini, François ROBINNE, è diventato un antropologo e direttore di ricerca al CNRS. Un’altra cugina, Catherine HERMARY VELLA, ha scritto un romanzo dal titolo Il Gran Visir della notte (Gallimard), che nel 1981 ha ricevuto il Prix Femina. Chi scrive ha più volte visitato la Tunisia, dove ha dato un corso di metodologia per dottorandi della Scuola di Diritto a SFAX e, nello stesso luogo, ha partecipato all’organizzazione di un simposio internazionale dal titolo Attualità nel diritto dei contratti: approccio comparativo (2 e 3 marzo 2016).

Referenze bibliografiche

Caraion Marta, 2003, Pour fixer la trace : photographie,  littérature et voyages au milieu du 19ème siècle, Genève, Droz.

Chateaubriand (F.-R.), 1811, Itinéraire de Paris à Jérusalem, Paris, éd. de 1867 chez Bénardin Béchet.

Flaubert (G.) et Du Camp (M.), 1886, Par les champs et par les grèves, Paris, G. Charpentier.

Hermary-Vieille (C.), 1981, Le grand Vizir de la nuit, Paris, Gallimard.

Hugo (V.), 1842, Rhin, Lettres à un ami ; Edition de 2011, Paris, François Bourin éditeur.

Vincent (A.), 1911, Notes prises pendant son voyage en Tunisie et Algérie.

Traduzione Francese > Italiano

Fiorella Dallari

[1] Marta Caraion, Pour fixer la trace : photographie,  littérature et voyages au milieu du 19ème siècle, Droz, 2003, p. 224.

[2] François Heidsieck (1923-2015), bisnipote di Aimé Vincent, è stato professore di filosofia all’Università di Grenoble. Tra le sue opere si ricorda Ontologie de Merleau-Ponty (L’Harmattan, 2012).

[3] L’atteggiamento che deriva dalla cultura europea.

[4] Ovvero al governatore locale.

[5] Burnus o Aslham (parola tamazight e dei dialetti arabi del Nord Africa) è l’ampio mantello con cappuccio di lana, per lo più bianco, che costituisce l’elemento più tipico dell’abbigliamento maschile nell’Africa del Nord.

[6] Detto anche “cencio della nonna”, è un tessuto leggero. Il suo nome viene dalla città di Calicut, Kerala, India.

[7] Il museo fu istituito nel 1882 ed inaugurato nel 1888 con il nome di museo Alaoui. Solo nel 1956 assunse l’attuale denominazione: Museo Nazionale del Bardo.

[8] Il conte Albert Landon de Langheville (1844 – 1930) aveva acquistato questo giardino nel 1875. Trovando a Biskra un clima favorevole al suo stato cronico asmatico, questo nobile consacrò gli anni della sua vita e una buona parte della sua fortuna a raccogliere piante di ogni tipo, come palme nane, banani, bambù, alberi di cocco, fichi d’India, bougainville violacee, cassie, acacie, oleandri di colore rosa e bianco…, e un centinaio di specie di uccelli provenienti da tutto il mondo con l’obiettivo di renderlo un paradiso di verde, riposo e relax per scrittori, pittori e intellettuali in cerca di ispirazione.

[9] Mostrano i segni della loro vita difficile e dura.