Le pratiche turistiche dell'infanzia : una prospettiva rinnovata? L'esperienza italiana dalle colonie estive al progetto Seninter

Fiorella Dallari
Professore associato di Geografia politica ed economica
Alessia Mariotti,
PhD professore associato di Geografia del Turismo,
Centre for Advanced Studies in Tourism (CAST),
Alma Mater Studiorum - Università di Bologna (Italia)

Abstract

Le pratiche turistiche dell’infanzia e dell’adolescenza costituiscono un tema trascurato nella ricerca turistica, sebbene la traiettoria di vita sino ai 17/18 anni sia da considerarsi importante per l’impatto psicologico e sociale nella formazione della soggettività. Questo contributo ambisce a mettere a fuoco il tema partendo dall’analisi della letteratura scientifica relativa all’infanzia, anche sulla base di una riflessione di tale coorte, trascurata nella letteratura scientifica come rivela una ricerca effettuata nelle riviste più importanti. Diverse sono le criticità a partire dall’articolazione delle classi dell’età che necessitano di essere distinte tra infanzia e adolescenza, perché referenti della capacità cognitiva e del livello di percezione e di interpretazione dei minori: di fatto la letteratura esistente si basa su informazioni indirette, riferite alla famiglia responsabile del minore. L’uso di casi di studio di destinazioni turistiche maggiori e storicamente affermate possono mettere a fuoco l’importanza marcata del peso di questa classe di età, trascurata in confronto ai diversi target turistici adulti e senior e carente di prodotti turistici innovativi. Il caso presentato fa riferimento alla Riviera Romagnola, il distretto più importante del turismo balneare italiano, che pone l’Emilia-Romagna tra le prime cinque regioni europee per ospitalità alberghiera. Importante litorale turistico per l’infanzia tra le due guerre con una stima di 400.000 arrivi nel 1935, negli ultimi anni questa destinazione mostra da parte degli attori pubblici, associazioni albergatori e associazioni private una rinnovata attenzione a tale target , per la crescente consapevolezza del nuovo stile di vita sostenibile. Partendo da un’indagine della Provincia di Rimini è emerso come i turisti sino a 17 anni siano ancora un target molto importante (640.000 arrivi, pari ad 1/5 del totale, 2013) e strategico, dove nuove modalità di vacanza emergono e pratiche innovative sono sperimentate. Gli autori sottolineano di fatto un rafforzamento di questo storico distretto turistico di massa attraverso nuovi progetti e prodotti culturali attenti al target infantile in una visione di sostenibilità sociale e culturale tramite buone pratiche di patrimonio intangibile e intergenerazionale.

Parole chiave: turismo dell’infanzia, pratiche balneari, patrimonio intangibile e intergenerazionale, Rimini

Esperienze turistiche e traiettorie di vita: le pratiche dell’età dell’infanzia tra passato e presente

Nella società contemporanea il turismo rappresenta un’esperienza sempre più importante nella vita di un crescente numero di persone (UNWTO Annual Report 2015), sulla base delle relazioni praticate in soggiorni ripetuti nel medesimo luogo (Alegre, Pou, 2006) o in una “itineranza e viandanza ” (Dickinson, Lumsdon, 2010) in spazi sconosciuti dove fare esperienze e apprendere a vivere nell’altrove. Infatti fare turismo significa cambiare luogo e acquisire nuovi legami con un territorio e con una comunità locale caratterizzate da uno stile di vita potenzialmente dissimile o molto diverso da quello della quotidianità residenziale, il che porta a sperimentare pratiche e situazioni più o meno differenti e inaspettate (Edensor, 2001). In questo contesto il termine “esperienza” viene utilizzato nel senso di una conoscenza acquisita dalla pratica e quindi in una accezione diversa (Bachimon 2014) da quella presente nella letteratura turistica anglosassone (Volo, 2009; Smith, 2005; Cohen 1988), dove il concetto di “turismo esperienziale” sta a significare fare esperienze in modo predeterminato sulla base di un prodotto costruito dall’industria turistica. La pratica, sperimentata in modo spontaneo e diretto nell’accezione neolatina come un “objet transitionnel” (Amirou, Bachimon, 2000), assume una valenza formativa e culturale, indimenticabile e permanente, in grado di influenzare il soggetto in rapporto alle traiettorie della sua vita (Elder, 1995; Robette, 2011). Così le pratiche dell’età dell’infanzia acquisiscono un significato importante, perché formano in modo diretto un ricco patrimonio di esperienze in relazione alla possibilità della coorte infantile, qualora essa sia in grado di scegliere in modo spontaneo, libero e consapevole. Ne consegue che indagare sul turismo dell’infanzia[1] si presenta come un argomento strategico e stimolante nell’ambito del fenomeno turistico; è cruciale infatti interrogarsi sul ruolo di queste pratiche nella formazione dello stile di vita sostenibile, un’esperienza connessa ad una fase d’esistenza dotata di una prospettiva temporale più ampia (Zambianchi, Bitti Ricci, 2012) e una spiccata capacità da giocarsi tra innovazione e persistenza (Atthowe, 1973; Zambianchi, 2015).

Quanti turisti siano bambini e adolescenti, quanto siano autonomi e consapevoli delle loro scelte costituiscono temi poco trattati nella letteratura scientifica, come la storia del turismo infantile (Graburn, 1983). Comunque si tratta di un fenomeno che ha accompagnato la storia del turismo della società industriale sin dal suo nascere, tanto che la formazione attraverso il viaggio culturale è stato sempre presente nella storia dell’uomo a partire dal mondo greco e romano, con particolare riferimento alle classi dei giovani dai 15 ai 20 anni (Adler, 1985). Il turismo espresso dalla società industriale e quello post industriale (Deli-Gray, Z., Laszlo, À., 2015) mostrano una minore attenzione all’infanzia e adolescenza rispetto alla prima metà del XX secolo (Istituto per i Beni Culturali della Regione Emilia-Romagna, 1986).

Nelle ricerche dedicate al turismo negli anni Ottanta era già stata segnalata l’assenza delle classi infantili (Graburn, 1983; Poria e Timothy, 2014), segno di una cultura verso l’infanzia disattenta, anche in quell’Europa dove si andavano affermando il turismo della società industriale e condizioni di benessere crescente, ma ancora per pochi (Battilani, 2001; Dallari, 2007). Nel contesto famigliare borghese occidentale le pratiche turistiche dell’infanzia sono legate alla villeggiatura in campagna, poi a soggiorni nelle nuove destinazioni di montagna e di mare (Bardelli, 2004).

La nascita di un turismo dell’infanzia in Italia prende il via verso la fine dell’Ottocento, quando la crescita demografica crea in tutta Europa un aumento di classi urbane povere con numerosi figli in precarie condizioni di salute. Tutto ciò stimola la nascita di associazioni private, pronte ad affrontare il problema, come nel caso della Società Medica Chirurgica di Bologna, istituita nel 1802, che dal 1874 tramite l’Opera Pia cominciò ad affittare delle strutture a Rimini per ospitare e curare i bambini malati del territorio (Istituto per i Beni Culturali della Regione Emilia-Romagna, 1986). Negli anni tra le due guerre mondiali (1915-1940) nasce e si diffonde in Italia la pratica turistica in colonie per bimbi tra i 6 e i 14 anni, con lo scopo di prevenire le malattie, sviluppare condizioni di benessere e formare socialmente e politicamente le nuove generazioni (Micelli, 2009). Si tratta di un fenomeno che permette alla famiglia operaia a basso reddito di mandare molte migliaia di bambini al mare e in montagna: la Riviera Romagnola, assunta qui come caso di studio, è stata insieme alla Versilia e alla Riviera Ligure di Levante, prima in questo fenomeno nazionale. Nel dopoguerra della seconda ricostruzione (Orioli, 2008), il turismo riprende la sua crescita e tra 1946 – 1972 le pratiche infantili continuano tra soggiorni in colonie estive e nei luoghi nativi della famiglia, migrata in città dalla campagna dove restano le classi anziane nelle residenze d’origine, fenomeno che ancora oggi persiste in una pluralità di luoghi divenuti anche turistici. Grazie al nuovo stile di vita emergente in una società come quella italiana in pieno boom economico, iniziano le vacanze insieme alla famiglia, pratica che prenderà poi il sopravvento. Nell’affermarsi di una società in cammino verso la sostenibilità (1973-1992) si assiste alla crisi della colonie mano a mano sostituite dalla famiglia tradizionale e allargata (Saraceno e Naldini 1998) insieme all’entrata in scena della scuola, caratterizzata da nuove pratiche legate al viaggio culturale per gli adolescenti e le classi infantili. All’avvio del terzo millennio i cambiamenti della famiglia e dello stile di vita (Di Nicola, 2008) portano a nuove situazioni: pratiche turistiche con parenti, nonni e zie (JFG, 2014) tra villeggiatura tradizionale e viaggi culturali, soggiorni di studio all’estero e settimane bianche, partecipazioni a eventi e pratiche di tempo libero, ma anche nuove colonie in una prospettiva sempre più ampia e differenziata, con e senza parenti. Nuovi prodotti turistici si progettano legati al tema della sostenibilità e del patrimonio intangibile intergenerazionale .

Conoscenze con un approccio scientifico del fenomeno restano ancora marginali negli studi dedicati al turismo dell’infanzia; presenze e arrivi, che cosa fanno e quale tipo di esperienza risponde alle richieste dei bambini costituiscono ancora un orientamento trascurato rispetto a quanto avviene nelle altre classi d’età, come nell’analisi delle traiettorie di vita, tema emergente nella società contemporanea per l’allungamento della via e la complessità dello stile di vita (Florida, 2003).

La letteratura accademica: dove sono i bambini?

Come sottolineano Poria e Timothy (2014: 93), “Children in tourism researches” rappresentano ancora “a critical gap…..an additional tourist cohort” pressoché assente nella letteratura accademica, una critica che si è andata saldando a quanto era già stato sottolineato da Graburn (1983), e questo gap persistente risulta al massimo livello per quanto riguarda “their tourist experiences based on their own perspectives” (Poria and Timothy, 2014: 93). Mentre le recenti ricerche hanno messo a fuoco nuovi tipi di turisti, come viaggiatori con disabilità (in particolare famiglie con figli disabili, tema affrontato da Songee K., Xinran Y. Lehto, 2013) o turisti omosessuali (Prat Forga& Cànoves, 2015) e i seniors, il rapido esame di Poria e Timothy (2014) ha evidenziato che negli ultimi 40 anni sono emersi solo otto studi con la parola “children” negli abstracts della rivista Annales of Tourism Research. La medesima ricerca effettuata in Tourism Management, Journal of Vacation Marketing, Scandinavian Journal of Hospitality and Tourism, Leisure/Loisir, e in Journal of Leisure Research presenta un quasi identico risultato (5/6 articoli): quasi nessun dato sui bambini-turisti. Lo stesso vale per Children’s Geographies, pubblicazione nata 15 anni fa e in continua espansione con un numero crescente di pregevoli special issues, dove la problematica turistica risulta ancora marginale nel contesto del tema dell’infanzia e dell’adolescenza in un quadro globale e transcalare. Inoltre quasi sempre è il punto di vista degli adulti che viene esaminato, prospettiva indiretta dove i primi attori giocano ancora un ruolo passivo. D’altra parte, solo a partire dal 2000 gli studi dedicati alle pratiche esperienziali hanno preso in considerazione la discriminante dell’età, un’importante dimensione sociale, ancora troppo spesso letta nell’ambito di un paradigma positivista. Questa limitazione portava a utilizzare un’analisi descrittiva rispetto ad una interpretazione sociale e territoriale, in concomitanza all’evolversi dei percorsi teorici e applicativi di geografia. Emergono certi gruppi d’età: i turisti adulti-giovani a partire dalla soglia dei 18 anni e gli anziani; la classe dell’infanzia è spesso obbligata a seguire le scelte della famiglia, forse anche contro la loro volontà (Small, 2008).

 

La questione dell’età tra metodo e ricerca

L’età dello sviluppo durante l’arco dell’infanzia e dell’adolescenza, cioè dalla nascita al raggiungimento della maggior età (18 anni), non è un gruppo omogeneo; anzi è alquanto articolato in diversi periodi, elemento essenziale da prendere in esame sia per una corretta metodologia che per una ricerca appropriata. Come confermano anche Poria e Timothy (2014, p.94), gli intervalli conosciuti e condivisi sono:

  1. infanzia sino a 2 anni (infancy),
  2. prima infanzia tra 3-6 anni (early childhood),
  3. seconda infanzia tra 7 -10 anni (meddle childhood),
  4. adolescenza tra 11 – 18 anni (adoloscence).

In Italia gli intervalli sono legati alle pratiche scolastiche, mentre l’ultimo intervallo subisce l’influenza dell’offerta alberghiera che predispone delle agevolazioni economiche a favore delle famiglie con figli sino a 17 anni. L’articolazione degli intervalli tiene conto delle abilità cognitive legate alla alfabetizzazione e al livello di relazione sociale:

  1. prima infanzia sino a 2 anni,
  2. seconda infanzia da 3 – 5 anni,
  3. terza infanzia da 6 – 10 anni,
  4. prima adolescenza da 11 – 13 anni,
  5. seconda adolescenza da 14 a 17 anni.

Tutto questo sta a significare che occorre tener conto delle capacità, per esempio, a fornire specifiche informazioni o compilare un questionario in relazione all’età dei bambini: nella fase prescolare non si dovrebbe assolutamente somministrare un questionario nemmeno se letto da un adulto (Measelle et al., 1998). Potrebbe essere invece valida un’intervista effettuata in determinate condizioni o utilizzando strumenti visivi e tecniche che siano in grado di facilitare interviste con gruppi in età specifiche. Uno dei nodi principali per il management è la questione se i bambini possono essere valutati come turisti nelle pratiche esperienziali e quale sia il loro livello di capacità e possibilità nello scegliere le destinazioni e praticare dei comportamenti turistici.

Le pratiche turistiche dell’infanzia

Come dimostra la limitata letteratura, sono gli adulti, soprattutto nella loro posizione di parenti e responsabili famigliari, a prendere le decisione di dove andare e che cosa fare nel tempo libero anche se si dimostrano sempre più influenzati dalla presenza di bambini (Fodness, 1992; Wang,Hsieh, Yeh, Tsai, 2004). In relazione al ciclo di vita della famiglia (Cullingford, 1995) per esempio, una famiglia legata alle due prime classi dell’infanzia (sino a 5 anni) preferisce pratiche di villeggiatura al mare e in montagna, dimostrando un comportamento psicocentrico (Plog, 1973), mentre la stessa famiglia con le ultime classi dell’infanzia affronta viaggi e sceglie destinazioni straniere con un approccio più allocentrico. Si può anche affermare che le esperienze di turisti adulti (Thorton, Shaw, William, 1997) siano in marcata trasformazione negli ultimi due decenni sulla base di una crescente attenzione alle vacanze dell’infanzia, fenomeno che emerge dalle politiche del mercato turistico piuttosto che dal contributo scientifico.

Accanto alla vacanza al mare e in viaggio con la famiglia allargata (Ryan, 1992), si vanno affermando il viaggio culturale con la scuola, campi d’estate e d’inverno o pratiche legate alla società contemporanea quali il « television-induced tourism » (Connell, 2005). Una ricerca di G. Cullingford (1995) dedicata ai viaggi all’estero su un campione di 160 bambini tra 7-11 anni ha messo in luce come siano preferite le regioni sviluppate dove la cultura si percepisce più famigliare. L’indagine basata su interviste semi strutturate ha cercato di scoprire l’attitudine “geografica” all’esperienza di viaggio e alla percezione verso le differenti destinazioni turistiche, mettendo in luce nel campione una forte attesa per la vacanza, intesa come spiaggia, sole e buon cibo piuttosto che pratiche culturali, « the clearly demarcated holiday » (Cullingford, 1995:125), con la consapevolezza di essere fuori dal proprio paese, nell’accezione di ciò che “est défini culturellement comme proche (le même) et ce qui est défini comme lointain (l’ailleurs, l’autre)” (Amirou, 1994, p.150). Insomma sono coscienti delle differenze che incontrano nell’ambito della loro esperienza ancora infantile! Altre indagini citate da J. Small (2008) evidenziano come le pratiche preferite siano “activities, sensory experiences and play, where they are active and absorbed – prerably with other children (Gram, 2005: 11) e che “ the active activities will be the ones children remember most foundly”, and “the experiences of shopping” (Nickerson, Juroski, 2001: 28), vale a dire siano quelle esperienze memorabili di cui la letteratura scientifica ha dimostrato il ruolo strategico per consolidare i flussi turistici. Gli adolescenti (10-17 anni) sono “generally more pleased with the destination than the adults” (Nickerson, Juroski, 2001: 28) e come la gita e il viaggio culturale scolastico degli adolescenti tra 14-15 anni costituisca un’importante interazione sociale paritaria (Larsen, Jenssen, 2004). Una serie di pratiche contemporanee a partire dalla terza infanzia (6 – 10 anni) si adeguano a esperienze post-moderne: la vendemmia, il trekking in montagna, gli stage archeologici, colonie marine e montane con laboratori creativi, eventi (come Giffoni Film Festival dell’Infanzia). Prima e seconda classe infantile restano ancora un campo quasi inesplorato, perché metodologia e implicazioni sono ancora inesistenti.

Accanto all’importanza consolidata delle vacanze scolastiche, soprattutto per studenti fra 13-17 anni, anche durante il tempo di scuola trovano collocazione pratiche che potremmo definire di edutainment tanto da condurci a definire tutte queste pratiche dell’infanzia un “apprentissage informel” o meglio un “apprentissage situé” (Brougère, 2012, 62). Comunque è l’industria turistica che si sta dimostrando molto più attenta alle pratiche dell’infanzia con un approccio proattivo nei confronti della famiglia, integrando le diverse esperienze tra mare, cultura e sport e costruendo un’offerta creativa e smart, sulla scia di esperienze memorabili (Tung et alii, 2011) e autentiche (Cohen et alii, 2012). L’offerta di servizi a misura di bimbo e un’ospitalità alberghiera dedicata[2] ormai sono presenti in molte destinazioni e regioni, a testimoniare il peso economico di questo segmento di mercato la cui storia ne mostra il valore strategico, culturale, sociale, politico e soprattutto civile.

Le pratiche dell’infanzia e le colonie: la nascita del turismo di massa nel Riminese, distretto all’italiana

Di fronte ad un bambino che incomincia a muoversi nel mondo e a fare esperienze, si percepisce la pratica infantile come un inizio della storia delle conoscenze. Da tale suggestione nasce questo contributo dedicato al turismo dell’infanzia nella Riviera Romagnola, oggi il distretto turistico balneare italiano più importante sia a scala nazionale che europea, soprattutto per il suo carattere di sistema che ha assunto a partire dal secondo dopoguerra (Mariotti, 2010). Proprio a Rimini, capitale storica del turismo e del distretto, sono stati localizzati i primi ospizi per accogliere bambini malati e malnutriti, destinazione scelta per la salubrità a partire dal 1874. A quasi trenta anni dal primo stabilimento balneare del 1843, la Marina di Rimini attraeva una élite di villeggianti, fenomeno cui si affiancò (Farina, 2003; Battilani, 2003) un grande centro benessere dove salute (stabilimento idroterapico) e divertimento (sale da gioco e da ballo) si fusero insieme, grazie all’inaugurazione del Kursaal a Rimini nel 1873. In questo scenario l’anno dopo si inserì anche l’arrivo dei primi gruppi di bambini malati (tubercolotici e scrofolosi) e poveri, che diede l’avvio al fenomeno delle “colonie permanenti” con funzione curativa e “colonie temporanee estive” con funzione preventiva, legate al primo turismo balneare che si basava sulla scienza medica, cioè per conservare, migliorare la salute dei sani e per guarire molte malattie. Già il medesimo fenomeno si era verificato in Italia, a Viareggio lungo il litorale toscano, con la prima colonia marina in assoluto per bambini di strada nel 1822, grazie al sostegno dell’ospedale di Lucca. Queste localizzazioni geografiche possono essere considerate un’importante leva per la “mise en tourisme” della pratica balneare italiana: a metà del XIX secolo si contavano 50 ospizi e colonie marine tra Toscana (Viareggio e Forte dei Marmi) ed Emilia-Romagna (Rimini), ancora oggi regioni che ospitano i due distretti balneari italiani più importanti (Colonie Apuano, www.museogalileo.it; Figura 1).

Figura 1. I distretti storici del turismo balneare italiano

Figura 1. I distretti storici del turismo balneare italiano

La presenza di un clima salubre rappresenta la motivazione fondamentale nella localizzazione di queste strutture, destinate a contribuire alla affermazione di queste destinazioni nel turismo balneare di massa sia dal punto di vista urbanistico che sociale-politico, grazie a vere e proprie città dell’infanzia, dove genitori e parenti si recavano per far visita. Le colonie erano organizzazioni private, religiose e pubbliche che tra fine XIX e prima metà del XX secolo si prendevano cura dell’infanzia per prevenire malattie e diffondere benessere ed educazione civile attraverso il gioco e il divertimento. Nell’epoca fascista (1922-1945) poi, queste pratiche marine si svilupparono in modo più marcato con un approccio consapevolmente politico: oltre 150 colonie per l’infanzia con una stima approssimata di 60.000 posti letto si potevano rilevare sui litorali italiani, di cui 36 lungo le coste romagnole (Istituto per i Beni Culturali della Regione Emilia-Romagna, 1986) accoglievano un numero di ospiti “di massa” per l’epoca, in enormi strutture come la Colonia Marina Bolognese (2000 posti letto, costruita nel 1934; figura 2 e 3) o la Novarese (900 posti letto, costruita nel 1933) a Rimini, tanto che si possono stimare in circa 400.000 gli arrivi nel 1935 sul litorale romagnolo. Come già indicato, ogni fine settimana si assisteva ad un flusso escursionistico di genitori in visita ai figli, che molto ha pesato sulla diffusione dell’immagine della Riviera Romagnola. In questa fase si formano anche nuove esperienze, dove la pratiche dell’attività fisica, sport, giochi, bagni di sole e di mare entrano a far parte del moderno genere di vita.

Figura 2 La colonia Bolognese in epoca fascista Fote: Rimini, www.riminimare.it

Figura 2 La colonia Bolognese in epoca fascista
Fote: Rimini, www.riminimare.it


Figura 3 La colonia Bolognese oggi dismessa Fonte: Rimini, www.riminimare.it

Figura 3 La colonia Bolognese oggi dismessa
Fonte: Rimini, www.riminimare.it

Dopo la seconda guerra mondiale, in Italia il mondo delle colonie marine continua a rafforzarsi in quanto frequentate fino agli anni ’70 da tutte le classi sociali tanto da contare a metà degli anni Sessanta circa 1000 strutture, di cui 207 in Romagna su un totale di 246 edifici (Istituto per i Beni Culturali della Regione Emilia-Romagna, 1986; figura 5). Proprio il 1970 può essere considerato uno spartiacque al di là del quale la famiglia comincia a prendere il sopravvento rispetto alla vacanza dei bambini in colonia, fenomeno che ha giocato sicuramente un fattore strategico dal punto di vista sociale e territoriale. Si avvia la dismissione delle colonie, ubicate in luoghi cruciali della costa e spesso anche con espressioni architettoniche di alta qualità, ancora simbolo delle moderne destinazioni balneari, come la Novarese (1934; figura 4) a Miramare di Rimini. Alcune di quelle recuperate conservano la funzione formativa come la “Colonia Fascista Forlivese dedicata al Duce” a Marebello di Rimini, oggi sede dell’Istituto Tecnico per il Turismo “Marco Polo” di Rimini (figura 5), mentre poche altre sono ancora in attività, soprattutto limitate nel numero delle presenze come si può vedere nella Colonia 12 stelle di Cesenatico, gestita dalla Caritas e da alcune diocesi altoatesine, in grado di accogliere 1000 bambini e adolescenti (6-15 anni) durante tutta la stagione (200 ospiti per turno) dove le pratiche rispecchiano prevalentemente quelle del passato: divertirsi, giocare, fare sport e riposarsi in spiaggia o… in piscina. Il cammino della società verso uno stile di vita sostenibile e in una situazione di crisi socio-economica vede la componente infantile dei paesi sviluppati, in contrazione nella piramide d’età, sperimentare nuove pratiche turistiche e di tempo libero.

Figura 4 Colonia Novarese  in attesa di essere recuperata Fonte: Rimini, Microsoft Corporation, 2009.

Figura 4 Colonia Novarese in attesa di essere recuperata
Fonte: Rimini, Microsoft Corporation, 2009.


Figura 5 L'istituto tecnico   per il Turismo "Marco Polo" di Rimini, insediato nella storica Colonia Forlivese Fonte: Istituto Marco Polo

Figura 5 L’istituto tecnico per il Turismo “Marco Polo” di Rimini,
insediato nella storica Colonia Forlivese
Fonte: Istituto Marco Polo

Il turismo contemporaneo dell’infanzia e dell’adolescenza nel Riminese: una ricerca in fieri

A partire dal terzo millennio cambiamenti della famiglia tradizionale hanno condizionato alquanto le pratiche infantili introducendo nuovi aspetti della vita sociale: accanto alle vacanze con genitori e nonni, entrano in gioco anche altri legami come quello con altri famigliari (Professional Aunts No Kids – PANKs), cioè quel numero di adulti già impegnati nel lavoro, di genere femminile senza figli e con un reddito medio-alto, che si rendono disponibili per condurre i propri nipoti (tra i 9-12 anni) in vacanza. Come ha dimostrato una ricerca condotta in Italia (JFC, 2014) oltre 690.000 “zie” con un reddito complessivo di 1,44 milioni di euro sono disponibili a prendersi cura dei nipoti in modo diverso a seconda della classe di età: nella fascia 8-12 la pratica della vacanza e del viaggio è la più frequente, con al primo posto la villeggiatura nelle località balneari italiane (25,9 %, a cui si aggiunge un 10,1% in destinazioni balneari estere) rispetto ad un 18,7% nelle località montane (con una prevalenza nella stagione invernale pari al 11,4%) e seguita dai viaggi culturali nelle città d’arte italiane (16,15%) e capitali europee (13,3%), che nel complesso testimoniano come il viaggio culturale stia raggiungendo la pratica della villeggiatura marina (Figura 6).

Accanto a questi dati che sottolineano la trasformazione della vacanza da parte della coorte infantile, l’Osservatorio Statistico della Provincia di Rimini ha avviato a partire dal 2013 una raccolta dei dati dedicati alla presenza delle classi dell’infanzia e dell’adolescenza e alla disponibilità di servizi dedicati dell’offerta alberghiera, che nel Riminese raggiunge livelli tra i più alti nell’ambito delle regioni dell’Unione Europea con quasi 2250 strutture e 173.000 posti letto sul totale regionale di 9.219 strutture e 453.495 letti (2014).

Figura 6. .  Primarie destinazioni di vacanza (2013). Fonte: JFC, 2014.

Figura 6. . Primarie destinazioni di vacanza (2013).
Fonte: JFC, 2014.

In questo scenario il segmento delle famiglie nel loro insieme costituisce ancora “lo zoccolo” permanente del turismo riminese, con circa i 3/5 degli arrivi. Infatti sul totale di quasi 3,2 milioni di arrivi turistici alberghieri e 10,3 milioni di presenze, la ricerca condotta nel 2013[3] ha verificato che la classe dell’infanzia e dell’adolescenza (sino ai 17 anni) rappresentava circa 1/5 degli arrivi turistici (640.000 unità), di cui il 22% stranieri (140.800 unità). La disaggregazione per classi di età indica percentuali maggiori (28%) per la terza infanzia (6-10 anni) e la seconda adolescenza (14-17 anni); prima e seconda infanzia (fino ai 5 anni) e prima adolescenza (11-13 anni) risultano inferiori (Figura 7). I dati regionali del 2016 (A.P.T. Servizi, 2017) confermano un’ulteriore crescita con un aumento del 2,4% nella Riviera Romagnola rispetto al 2015, a sua volta positivo anche sul 2014, per un dato attuale di 3,32 milioni di arrivi con un rafforzamento della quota straniera, che raggiunge il 20% del totale. Per quanto riguarda il numero e il tipo di servizi all’infanzia presenti nelle 2243 strutture con 172.900 posti letto (1.1.2014), il 63,6% degli stabilimenti alberghieri offre almeno un servizio dedicato ai bambini, in particolare uno spazio giochi con attrezzature per bambini (41,1%) seguito a distanza dal servizio di baby sitter (13,7%), piscina per bimbi (5,4 %), Kinderheim (3,1%) e appena uno 0,3% con nursery[4].

Nel 2016 ha preso il via la sperimentazione per la creazione di un nuovo prodotto turistico dedicato ai nonni per vacanze in Europa con i loro nipotini durante la bassa stagione. L’iniziativa è realizzata nell’ambito del progetto europeo SENINTER (SENiors enhancing intangible and INTERgenerational heritage in europe during the low and medium season) approvato sul programma COSME, a cui la Regione Emilia-Romagna partecipa in qualità di partner, in collaborazione con l’Azienda regionale di promo-commercializzazione turistica.

Figura 6. .  Primarie destinazioni di vacanza (2013). Fonte: JFC, 2014.

Figura 6. . Primarie destinazioni di vacanza (2013).
Fonte: JFC, 2014.

Il nuovo prodotto turistico “esperienziale” è costruito attraverso la collaborazione di una rete di soggetti pubblici e privati (imprese, istituzioni e associazioni locali), con l’obiettivo di formulare un’offerta che combini risorse naturali, culturali, artistiche ed architettoniche, così come eccellenze produttive, usi e costumi del territorio di destinazione. Con il progetto SENINTER si intende rafforzare ed innovare l’offerta nell’ambito del turismo sociale, attraverso pacchetti turistici innovativi e creativi, in grado di destagionalizzare e stimolare le presenze turistiche nei periodi non interessati dai movimenti di massa. L’azione pilota di progetto ha portato dalla Slovenia 15 seniors con i loro nipoti di età pre-scolare, per una vacanza di 6 giorni nel Riminese (dal 26 al 31 marzo 2017). I seniors e i piccoli turisti hanno maturato esperienze, a partire dallo storytelling dei senior italiani in centri sociali con attività ricreative per i piccoli, in laboratori nel Museo della Città (Rimini) e nel Museo Internazionale della Ceramica di Faenza, nel Parco Naturale di Cervia e in uno show cooking dedicato ai cibi della tradizione nell’entroterra riminese (Sant’Arcangelo) insieme a musica folkoristica. L’obiettivo è di creare con i senior famigliari un’esperienza capace di trasmettere il patrimonio intangibile europeo delle generazioni senior all’infanzia in località turistiche accessibili a ampi strati sociali (Figura 8).

Figura 8 . Bimbi e mosaici del progetto SENINTER Fonte: Associazione Italiana Turismo Responsabile (2017).

Figura 8 . Bimbi e mosaici del progetto SENINTER
Fonte: Associazione Italiana Turismo Responsabile (2017).

Conclusioni

Le pratiche turistiche dell’infanzia e adolescenza continuano ad essere ancora un campo dove permane la difficoltà di rilevare dati attendibili e affidabili; la chiusura dell’Osservatorio Statistico della Provincia di Rimini segnala questa debolezza, pur essendo il Riminese una destinazione frequentata da famiglie con figli, il target di maggior peso da sempre. Lo stesso si può affermare per indagini dedicate alle varie pratiche esperienziali presenti ancora oggi in molti spazi turistici europei. Lo studio ritiene che la scarsa valutazione del turismo dell’infanzia sia il primo limite da superare da parte dei ricercatori sino ai T.O.. Sicuramente ancora tanto si deve fare per mettere in campo una metodologia valida e condivisa, capace ad affrontare questo fenomeno: postulata l’importanza delle classi d’età dell’infanzia e adolescenza e delle pratiche turistiche sino ai 17/18 anni, l’interdisciplinarità è obbligatoria come pure una specifica expertise (Poria, Timothy, 2014:94) e tecniche particolari per i ricercatori: dollplay, storytelling questions-imagines e la Berkeley Puppet Interview (Maeselle et alii, 1998) a sostegno di un approccio induttivo basato su metodologie descrittive e qualitative, con l’utilizzo di questionari e interviste alla famiglia e ai bambini e uso dell’analisi psicometrica.

Ripartire dalla storia del turismo dell’infanzia contribuisce a ridare centralità a questo target in un approccio di sostenibilità, dalle destinazioni del turismo balneare di massa a quelle della cultura e del turismo scolastico. Il caso del Riminese indica che molto si deve, almeno in Italia, alle vecchie colonie della prima metà del XX secolo, e quindi alle pratiche infantili di quasi un secolo fa legate al benessere, alla socializzazione e all’educazione civica. Si può affermare con una certa provocazione che il turismo balneare di massa (almeno nei nostri distretti turistici) sia nato dagli ospizi e dalle colonie estive? I dati statistici del Riminese confermano che ancora oggi la famiglia ha il peso più importante, realtà nota ma non sostenuta nelle politiche degli attori pubblici con l’impegno che si registra, per esempio, nella regione altoatesina (Italia). Rimini da città di bambini tra le due guerre, denominazione ripresa per pubblicizzare la città negli anni Sessanta insieme a quella di città gentile, si è affermata come capitale del turismo di famiglia; poi sono seguiti gli anni di Rimini capitale dei giovani e del divertimento eccessivo. Comunque l’infanzia a seguito della famiglia continua a seguire le pratiche legate alla spiaggia, al gioco, ai parchi piccoli e grandi, mentre in rapporto al cambiamento dello stile di vita, il viaggio culturale, le vacanze sulla neve, pratiche di shopping e motivazioni che troviamo anche negli adulti (il « television-induced tourism » ) sono più diffuse. In questi ultimi anni, poi, politiche sostenibili per l’infanzia hanno dato il via a pratiche di turismo responsabile e mirate a introdurre anche il patrimonio intangibile e intergenerazionale nell’infanzia, come dimostra il progetto Seninter, un “apprentissage situé” anche all’estero in compagnia dei senior.

Alla domanda se la voce dei bambini deve essere inclusa nelle ricerche sul turismo, gli autori anche sulla base della loro esperienza in ambito turistico pensano di sì, per conoscere in modo condiviso e generale quali viaggi e vacanze o quali esperienze turistiche rispondano alle loro prospettive e attese. Questa conoscenza avrebbe un’ampia portata formativa e di crescita sociale e civile per la società futura sostenibile dei paesi sviluppati e in via di sviluppo se sostenuta da un’offerta turistica in grado di rispondere e soddisfare le aspettative dei bambini e degli adolescenti.

[1] Il riferimento alla società industriale significa che nella ricerca non è stato contemplato il fenomeno nei paesi in via di sviluppo, tema che sarebbe necessario affrontare per una visione socialmente sostenibile dell’intera popolazione.

[2] Nella Riviera Romagnola è nata la catena Italy Family Hotels (www.italyfamilyhotels.it/) con più di 100 hotel, valutati sulla base dei servizi ai bambini e alla famiglia.

[3] A causa del riordino territoriale messo in atto in Italia dal 2015, l’istituzione provinciale è stata sciolta e tutto il sistema è stato trasferito all’Osservatorio del turismo dell’Emilia-Romagna dell’Unione regionale delle Camere di Commercio che ad oggi non ha estratto un campione successivo. Al momento la rilevazione alla banca dati regionale è stata affidata agli albergatori che hanno accettato di inserire gli arrivi e le presenze della loro struttura con una serie di informazioni, tra cui emergono anche le classi d’età.

[4] Questa ricerca si deve alla lunga e illuminata esperienza di Rossella Salvi, responsabile del Servizio di Statica della Provincia di Rimini, alla quale va il ringraziamento per aver fornito i dati e per lo scambio di idee ed esperienze.

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